CAREGIVER MALEDETTI
Sapete qual è una delle cose più spaventose dell’essere genitore di una persona con una grave disabilità intellettiva?
Scegliere per il suo bene, senza che lui possa comprenderne il motivo.
Come lo spieghi a un ragazzino di undici anni che non lo stai portando al mare?
Perché da quella finestra di ospedale il mare si vede davvero, ma non è la cornice di una vacanza.
Come gli spieghi che si trova in quel letto motorizzato e in quella stanza asettica solo perché dovranno rompergli le ossa per migliorare l’anatomia dei suoi piedi?
Non puoi.
E allora scegli.
Scegli al posto suo, senza uno scambio di opinioni, senza un dialogo, una spiegazione, esattamente come faresti col tuo animale domestico.
Ma insieme alla scelta, ovviamente, ti prendi tutto il resto: il senso di colpa, la paura di aver sbagliato, il dolore di vederlo soffrire e l’angosciante verità di sapere che lui non può nemmeno capire perché gli stai chiedendo di attraversare tutto questo.
Poi però lo guardi, dopo che la tempesta si esaurisce e l’ansia lascia spazio alla sofferenza, e ti accorgi che, nonostante tutta la fatica, lui ti cerca sempre, allungando le braccia per essere stretto al tuo collo.
Non c’è rancore né rabbia.
C’è soltanto fiducia, assoluta, perennemente inconsapevole.
È come se non avesse bisogno di capire la ragione.
Come se gli bastasse esclusivamente sentire la vicinanza di chi gli vuole bene.
Io credo che quello che prova Enea sia una delle forme più primitive e pure dell’amore, che noi non siamo in grado di comprendere perché genesi di un istinto che non si trasmette con parole, azioni o elaborati meccanismi sentimentali.
Ed è qui che tutto diventa doloroso e meraviglioso allo stesso tempo.
E il ruolo di un caregiver, maledetto dalle sue decisioni, si fonde col senso universale dell’essere semplicemente un padre, una madre, una persona che, comunque vada… si prende cura.







Commenti