BUONA VISIONE
- 4 ago
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Ed eccolo lì: un ragazzino, affiancato dal suo giocattolo, che guarda un cartone al cinema.
Una banalissima e normalissima esperienza, ma ci tengo a riscriverlo: UN CARTONE AL CINEMA.
Vedete, quando hai un figlio con una grave disabilità intellettiva impari una cosa: il concetto di “banale” e “normale” smette di avere senso.
Nel pensiero collettivo, quando si esce dalla sala, la prima cosa che esprimiamo è un commento, più o meno positivo, sulla pellicola.
Noi, invece, quando siamo usciti abbiamo esclamato, senza troppa educazione: «Cazzo, ce l’abbiamo fatta».
Seduto, composto, per 90 minuti.
In attesa, osservante, paziente…
È quello che è accaduto, ma per un caregiver poter assistere a un comportamento così estraneo all’abitudine dettata dalla patologia, è come assistere, in realtà, ad anni di lavoro educativo, di sacrificio e di crescita.
E quindi, con quel biglietto, non abbiamo comprato un cartone al cinema, ma un orgoglioso, piccolo riscatto.
La disabilità cambia il metro con cui misuri le esperienze.
Non sappiamo dare un giudizio alla proiezione, ma sappiamo che è rimasto seduto.
Non ci siamo interrogati se prendere i popcorn dolci o salati, ma sappiamo che non siamo dovuti uscire dopo 20 minuti.
Le persone in sala hanno visto solo un bambino; noi abbiamo ammirato una piccola conquista di autonomia.
Ed è grazie alla natura indomabile di Enea che abbiamo imparato a non inseguire la normalità, ma a inseguire soltanto un futuro più giusto.







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